Dal reclamo alla cittadinanza attiva: il caso NaturaSì e donazione a Emergency


Vi racconto come un reclamo inoltrato al Servizio Consumatori di NaturaSì, uno dei miei negozi preferiti dove fare spesa, si ètrasformato in un’azione di cittadinanza attiva andando oltre quelle che erano le mie aspettative di consumatrice interessata al rispetto del codice etico che l’Azienda stessa dichiara sul proprio sito.

I punti vendita di questa catena distributrice di prodotti biologici, e quindi anche il punto vendita di Via Fonteiana a Roma Monteverde che mi è geograficamente molto vicino, vendono quella varietà pregiata di datteri nota come medjoul, prodotti inIsraele da due Kibbutz che fanno agricoltura biologica.

Sono i Kibbutz di Samar e Neot Samandar collocati nel sud est del paese, in un territorio desertico trasformato in un ‘oasi grazie allavoro ed alla dedizione alla terra dei primi ebrei arrivati da quelle parti subito dopo la guerra. Uno dei due kibbutz è stato fondato da un italiano di Trieste, Mario Levi vittima delle leggi razziali.

NaturaSì si rifornisce di datteri da questi contadini da circa 40 anni.

Si tratta di datteri di cui si apprezza in particolare la polpa morbida e succosa ed il sapore caramellato, un frutto che gli ebrei utilizzano come materia prima di tutti i dolci che preparano in occasione delle loro feste religiose.

A via Fonteiana, quartiere Monteverde a Roma, esiste una nutrita comunità ebraica.

Tornando dunque alla mia spesa, una mattina di giugno mentre per il caldo risalivo faticosamente verso il negozio, pensavo ai Gazawi che non avevano scelto di nascere lì, in Palestina solo il caso gli aveva assegnato quella terra che loro amano tanto. Pensavo a gente senza più case e ripari, costretti a vagare tra le macerie sotto il sole cocente ed avvolti in un’atmosfera resaincandescente dalle bombe. Mi si materializzavano davanti agli occhi le immagini della loro terra diventata un paesaggio lunare arido e ostile, punteggiato dai sudari bianchi dei morti

Pensavo come non fosse giusto che a poche migliaia di chilometri, da questa parte del mediterraneo, altre persone per le quali il caso aveva deciso più benignamente, attendessero con particolare gioia l’arrivo di un cibo per loro tanto prelibato e fortemente simbolico, un cibo che come le pregiatissime ostriche di Bretagna per noi occidentali, sono uno status più che un alimento in grado di sfamare.

Durante l’infanzia e fino alla giovinezza avevo avuto il privilegio di raccogliere i frutti della terra solo allungando la mano, graziealle fatiche di mio padre e mia madre. So quanto è viscerale questo rapporto con la terra, so che una volta conosciuto si ricercaper tutta la vita. Molti sono ancora oggi capaci di scelte coraggiose per restare fedeli a questo legame e preferiscono rinunciare a carriere e ad un vivere morbido, pur di non reciderlo, questo legame. Uno in particolare era diventato per me un mito, Gino Girolomoni, contadino, filosofo, poeta, biblista. Oggi considerato il padre del biologico in italia.

Il suo monastero di Montebello ad Isola del Piano in provincia di Pesaro Urbino, al centro delle campagne che formavano la cooperativa che aveva fondato, è stato il punto d’incontro di numerosi intellettuali ed artisti.

Per questo mi recavo da NaturaSì, perché è distributore della pasta di Gino Girolomoni: grano farina e pasta appartengono adun’unica filiera il grano viene dai campi di Montebello, a Montebello viene molata la farina, Girolomoni ha un pastificio a Montebello.

Grazie a Gino, negli anni 70 molti giovani come me hanno potuto scegliere se restare a Montebello o emigrare verso la costa,verso Roma o nelle città del nord e alcuni addirittura in Svizzera.

Camminando e pensando a tutto questo, ad un certo momento ho pensato che avrei potuto rinunciare a quella pasta che mi ricordava le mie radici, in segno di solidarietà verso un popolo che in Palestina veniva strappato alla vita, ed alle proprie radici.

Ho pensato che avrei dovuto comunicare a qualcuno questa mia scelta. Lo dovevo comunicare alla Direzione della catena didistribuzione NaturaSì. Così sono tornata a casa ed ho scritto un Reclamo, chiedendo anche a loro di rinunciare a distribuiredatteri israeliani e che, se io potevo rinunciare alla pasta di Girolomoni fatta col grano 100% marchigiano che,

mangiandola, mi procurava tanta soddisfazione, di certo gli ebrei del mio quartiere potevano fare i loro dolci con datteri provenienti da un altro paese, almeno fin quando non fossero cessati i bombardamenti. Che non avrebbero troppo sofferto di questa privazione. La terra quando fa i suoi frutti non stabilisce chi se ne debba nutrire ed ormai con la globalizzazione el’assimilazione del cibo ad una qualunque merce la cui diffusione ed il cui prezzo sono regolati dall’organizzazione mondiale delcommercio, i cibi ci possono arrivare da ogni angolo del mondo. Qualificandomi come cliente fidelizzata e come allieva della Scuola di Cittadinanza Domenico De Masi del Fatto Quotidiano, scrivevo: “perché non far arrivare i datteri da un paese che almeno non sta attuando un genocidio?”

Ho ricevuto una risposta a stretto giro attraverso un comunicato firmato dal Presidente che affermava che, nell’ottica di manteneresaldi i principi a cui l’Azienda si ispirava da 40 anni e che contemplavano il rispetto della terra attraverso il controllo sulle filiere biologiche e biodinamiche delle coltivazioni ed il rispetto della dignità dei lavoratori per una sana vita sociale, il managementaveva trasferito la maggioranza delle azioni e dunque la direzione aziendale in una Fondazione no profit .

Ricordava il rapporto privilegiato e personale risalente agli anni 80 con Mario Levi.

Ne descriveva il profilo di grande lavoratore e uomo di pace attorno al quale molti altri ebrei, pacifisti ed artisti, si erano raccolti, per coltivare la terra e condividere le risorse in un’ottica comunitaria e solidale.

Attribuiva ai componenti dei due Kibbutz le stesse caratteristiche di uomini di pace che facevano di essi delle realtà nonallineate e virtuose, che, soffrendo per la politica deviata di un Governo che loro stessi non esitavano a definire fascista, andavano sostenute.

Sottolineava quanto si fosse prodigato in passato presso l’organizzazione israeliana che gestiva l’esportazione dei datteri dei dueKibbutz affinché essa aiutasse una cooperativa palestinese ad esportare la propria merce, senza successo. Non disperava tuttavia di ripetere il tentativo dopo una visita in Palestina che tenesse conto del precipitare degli eventi.

Concludeva: “la posizione dell’Azienda per il momento è quella di persone che vogliono lavorare per il bene con tutte le altre persone che lo cercano sinceramente, perché

crediamo che in questo mondo impazzito sia la cosa più sensata e sana da fare, ognuno dalla posizione in cui si trova, prendendosi la responsabilità delle sue scelte.”

Chiedeva di usare la parola come mezzo di pace, liberandola da accenti polemici che potessero far ingigantire i contrasti fino a farlideflagrare in guerre e violenze di ogni genere.

In una nuova comunicazione di circa 15 giorni dopo, mi aggiornavano sulla loro posizione e pur confermando che non ritenevanoproduttivo un boicottaggio dei prodotti dei due Kibbutz perché questo avrebbe fatto il gioco delle forze governative impegnate adindebolire tutte le forze interne di opposizione fino a spingerle all’espatrio, riferivano che a seguito dell’inasprirsi dei bombardamenti e delle reiterate distruzioni di infrastrutture civili ed il continuo massacro della popolazione inerme , avevano aperto un dialogo con fonti che si ponevano invece su fronti diversi, per meglio esaminare, avvalendosi di diversi punti di vista, il precipitare degli eventi.

Manifestavano inoltre l’intento di recarsi in Israele, possibilmente con rappresentanti di queste realtà con cui stavano dialogandoper trarne una visione il più possibile oggettiva poiché il rispetto e la difesa della Terra che loro custodivano tramite la promozione di pratiche agricole biologiche e biodinamiche, restavano il loro principio guida.

Ed in effetti il giorno 7 Agosto, ho ricevuto un invito (per la verità tardivo) per una partenza in data 10 Agosto, verso la Palestina.

In questa nuova mail, finalmente, con un linguaggio più aderente ad una realtà che ormai era sotto gli occhi del mondo intero,condividevano ripugnanza verso l’azione dello Stato di Israele contro il popolo palestinese ed informavano che nel viaggio sisarebbero affiancati a loro anche rappresentanti del comitato etico di Banca etica, alcuni amministratori di Altromercato e l’organizzazione BDS. Questi soggetti stavano prendendo contatti con i loro referenti locali che all’arrivo avrebbero accolto il Presidente ed alcuni suoi collaboratori.

Ribadivano come questa fosse un’azione che si collocava nello spirito dei principi fondativi dell’’Azienda e che volevano rendersi conto di persona della situazione.

Riporto di seguito la dichiarazione che conclude questa ultima comunicazione prima del viaggio al quale non avrei mai potuto partecipare, purtroppo, e nella quale l’Azienda attraverso il suo Presidente rende di nuovo esplicita la volontà di continuare adacquistare e distribuire datteri israeliani:

“La nostra decisione di continuare ad acquistare i datteri sottende alla volontà di sostenere anche all’interno dei confini israeliani le persone e le comunità che si oppongono internamente a questa situazione ed operano a favore di una relazione pacifica e costruttiva tra le persone al di là delle etnie, delle religioni, delle posizioni sociali ed ideologiche.

Per noi significa sostenere una rete di persone e di comunità che in ogni parte del mondo partendo dal basso ed in particolare dal lavoro nei campi operano per un mondo

migliore, pacifico e sano per tutti.

Per questo reputiamo che oggi sia giusto sostenere chi lavora in questa direzione all’internodi ogni stato politico e di ogni regime perché reputiamo che da questo lavoro positivo possa cambiare anche la situazione politica e governativa.

Affinché però ciò non sia una illusione vogliamo renderci conto di persona della situazione per cui a brevissimo termine abbiamo organizzato una visita a queste due comunità Samar eNeot Semadar che ci forniscono i datteri e sono situate nel deserto nei pressi del mar Rosso esono state fondate ed operano con principi pacifisti e solidali tra i popoli.”

In alternativa al viaggio che, suppongo, nessun altro consumatore invitato abbia potuto intraprendere dato il periodo in cui ricadeva ed annunciato troppo a ridosso dell’effettiva partenza, il Presidente si dichiarava disponibile ad un incontro in presenza oonline con noi allievi della Scuola, per fare un resoconto.

Ed è stato così che il 29 Agosto io ed alcuni colleghi della Scuola del Fatto Quotidiano Domenico De Masi, ci siamo incontrati via zoom col Presidente di NaturaSì.

In rappresentanza della Scuola erano presenti numerosi allievi della Scuola di Cittadinanza del Fatto Quotidiano, il mio compagno ed io, più due componenti di un Comitato per la Pace del quartiere dove vivo.

Tutti hanno fatto domande molto interessanti, ognuno secondo la propria sensibilità. Tutti alla fine hanno evidenziato che nell’affermazione dell’Azienda (continuare a vendere la merce prodotta in Israele aiuta a sostenere coloro che dentro Israele sono costruttori di pace) è insita una contraddizione da cui non è facile uscire.  

Salutandoci, il Presidente ha scartato di netto la possibilità di interrompere i rapporti con i due Kibbutz e noi abbiamo dunque fatto alcune proposte alternative al boicottaggio che resta uno strumento molto controverso:

-impegno tangibile con versamento di parte dei ricavati a sostegno della causa palestinese attraverso organizzazioni israeliane che operano per la pace o una scritta pacifista sulle confezioni

-togliere l’esclusiva della vendita dei datteri israeliani affiancando un prodotto proveniente da altri paesi produttori che praticanoagricoltura biologica di cui si riscontra un forte incremento in Tunisia

-promuovere sugli scaffali il libro “Il vostro grido è la mia voce” del cui costo 5 euro vanno a Emergency

Dopo alcuni giorni da questo incontro, il 9 settembre ho partecipato con i miei colleghi alla Festa del Fatto Quotidiano.

Ci siamo tutti ritrovati a condividere di nuovo azioni in favore della Palestina e di Gaza, tramite il volantinaggio di manifesti diprotesta e boicottaggio, un’azione portata avanti per tutti i sei giorni della Festa dopo il bellissimo e partecipatissimo flash-mob “Gaza”.

Sono tornata lo scorso venerdi da NaturaSi ed ho trovato una novità: all’ingresso, sopra il banco della frutta secca penzola un cartello con la seguente scritta” ……sono Kibbutz nati negli anni 70 da ideali comunitari. Lavorano in condizioni estreme nel deserto del Negev. Sosteniamoli per il loro lavoro, per i loro ideali sociali ed il loro impegno per una convivenza pacifica in una terra martoriata dai conflitti”.

Sul banchetto un vassoio di datteri Medjoul israeliani.

Sull’involucro un’iscrizione che, oltre ad indicare la provenienza, attesta che le comunità agricole produttrici sono solidali e multietniche e che NaturaSi unitamente ai produttori ha deciso di devolvere il 4% del prezzo di acquisto ad Emergency per Gazaper ogni vassoio venduto.

Posso dirmi soddisfatta che l’Azienda sia diventata consapevole ed abbia dato una risposta pubblica al mio ed agli altrui reclami.

Luciana Luzi – socio Pensare Insieme

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