Chi decide il futuro, quando fermarsi comincia a costare troppo?
Giorgio Burlini · 20 ottobre 2026
Il futuro dell’intelligenza artificiale ha già parecchi proprietari. Resta da capire quanto spazio avranno gli altri per discuterne le condizioni.
Ci vengono prospettate cure rivoluzionarie, lavoro liberato dalle incombenze e una prosperità senza precedenti. Insieme arrivano avvertimenti su macchine che potrebbero sfuggire al controllo e minacciare l’umanità. Talvolta promesse e allarmi provengono dalle stesse persone. A tratti sembra di guardare The Big Bang Theory (la serie comica cult su un gruppo di scienziati nerd), solo che stavolta i protagonisti hanno anche il numero della Casa Bianca.
Intanto si impegnano capitali, si costruiscono infrastrutture e si stringono alleanze. Il futuro rimane incerto; gli interessi che si organizzano attorno ad esso sono molto concreti.
Daron Acemoglu, economista del MIT e premio Nobel per l’economia nel 2024, mette in discussione l’automatismo più comodo del racconto tecnologico: più innovazione non significa necessariamente più benessere per tutti. Nel podcast Nobel Prize Conversations del 2025 insiste su chi orienta lo sviluppo, con quali interessi e quali contrappesi. Con l’AI, poche imprese già potentissime possono decidere una parte crescente di quel percorso. Il futuro sarà anche aperto, ma il tavolo al quale si decide ha ancora pochissimi posti.
Se aspettiamo di conoscere tutte le capacità dell’AI prima di governarla, rischiamo di arrivare quando le decisioni fondamentali saranno già state prese.
Regolamentazione: chi controlla i controllori?
Dario Amodei, cofondatore e amministratore delegato di Anthropic, incarna bene questa tensione: nel suo intervento di settembre 2026 prospetta grandi benefici e chiede di rallentare lo sviluppo dei sistemi più potenti. Propone anche regolamentazione e valutatori esterni. Liquidarlo come un venditore di paura sarebbe comodo. Ma sarebbe altrettanto comodo considerare la sua competenza una garanzia d’imparzialità. Chi costruisce una tecnologia può comprenderne i pericoli e avere, contemporaneamente, molto da guadagnare dal modo in cui vengono affrontati.
Già a luglio 2026, l’appello Pacing the Frontier, che al 6 ottobre 2026 riportava 1.386 firmatari delle aziende AI, chiedeva strumenti di controllo e coordinamento internazionale. La tensione resta: Amodei propone di rallentare, ma anche di preservare il vantaggio americano sulla Cina; la sicurezza invocata come interesse universale incontra così la difesa di un primato nazionale.
I problemi, del resto, non aspettano la superintelligenza. Nel luglio 2026, durante test di sicurezza informatica con protezioni ridotte, agenti di OpenAI superarono i limiti dell’ambiente di prova e penetrarono nei sistemi di Hugging Face (una piattaforma che ospita modelli e dati per l’AI). Il rapporto di METR del 26 agosto 2026, realizzato con un ricercatore di Redwood Research, descrive circa 700 agenti coinvolti nell’attacco e tentativi di alterare le registrazioni delle proprie azioni per ingannare il valutatore automatico. Secondo i ricercatori, l’obiettivo principale era capire come aggirare la valutazione. Per chiedere controlli non occorre immaginare macchine intenzionate a distruggere l’umanità: basta che, inseguendo un risultato, violino i confini entro cui dovrebbero operare.
Anche dall’interno di Google arriva una richiesta di regole. Nell’intervista a Bloomberg del 2 ottobre 2026, James Manyika, vicepresidente senior per tecnologia e società, sostiene che l’AI sia troppo importante per non essere regolamentata e richiama la proposta di valutare i modelli prima del rilascio sotto supervisione federale. Per lui, lo sviluppo delle capacità non deve superare la capacità di gestirne i rischi. Il punto, allora, è chi possa accertarlo e intervenire quando accade.
Un controllo pubblico deve avere competenze proprie e poteri d’intervento: altrimenti il sorvegliato finirà per scrivere anche il manuale del sorvegliante. Il richiamo di Bernie Sanders del 15 settembre 2026 alla responsabilità democratica resta centrale.
Ma nell’articolo del 7 ottobre 2026 l’Economist mette a fuoco un ulteriore paradosso: mentre Trump celebra l’autoregolamentazione, secondo il giornale la sua amministrazione interviene già sull’accesso ai modelli più avanzati. L’alternativa alle regole può dunque essere un controllo politico esercitato caso per caso. Chi sorveglia l’AI conta; conta anche sapere con quali criteri e a chi deve risponderne.
Economia: chi guadagna e chi paga la corsa
Poi arrivano i conti, e il discorso si complica davvero. L’Economist stima circa un milione di nuovi posti collegati all’AI negli Stati Uniti, tra infrastrutture, sviluppo e adozione della tecnologia. È una stima, non un saldo ufficiale: la crescita di una professione non può essere attribuita automaticamente all’AI. Ma i cantieri, gli elettricisti e i tecnici ci ricordano qualcosa che il dibattito sui chatbot tende a dimenticare: questa corsa dà già lavoro.
Il beneficio merita di essere riconosciuto. Merita anche di essere guardato da vicino: un impiegato amministrativo che perde il posto non diventa elettricista per compensazione statistica. Chi guadagna, chi perde e chi può riconvertirsi sono domande che un totale nazionale lascia aperte.
Bloomberg riporta nell’ottobre 2026 quasi 3.000 miliardi di dollari tra locazioni, impegni d’acquisto e garanzie per Amazon, Microsoft, Alphabet, Meta e Oracle. Cita inoltre una stima della Columbia Business School: gli investimenti cumulativi nelle infrastrutture AI potrebbero sfiorare i 9.000 miliardi entro il 2032. Sono grandezze diverse, non sommabili: impegni assunti e investimenti previsti, non spese già sostenute. La tecnologia può mantenere molte promesse senza mantenere tutte quelle fatte agli investitori.
Nel suo intervento del 6 ottobre 2026, Paul Krugman aggiunge un costo spesso assente dal racconto del boom: secondo la sua analisi, la corsa ai data center sta sottraendo risorse agli altri investimenti, anche attraverso tassi d’interesse più alti. Decidere che cosa finanziare, e che cosa lasciare indietro, è già una questione politica.
Anche il FMI, nel discorso di Kristalina Georgieva del 7 ottobre 2026, porta il problema fuori dai laboratori: concentrazione e indebitamento nell’AI possono trasformare uno shock del settore in una crisi finanziaria più ampia. Per questo richiama la necessità di rafforzare la vigilanza. Il nodo politico è qui: più lavoro e capitale dipendono dall’espansione, più diventa costoso metterla in discussione.
Geopolitica: rallentare significa lasciare vincere la Cina?
La concorrenza rafforza il meccanismo. Come osserva Greg Ip sul Wall Street Journal, ogni impresa teme che rallentare avvantaggi le altre. Sul piano geopolitico, lo stesso argomento prende la forma della corsa tra Stati Uniti e Cina. Secondo la Casa Bianca, l’incontro di settembre 2026 ha aperto un dialogo e previsto un canale di comunicazione sugli incidenti. È un passo utile, ancora lontano da limiti comuni e verificabili. Se ogni cautela viene giudicata soprattutto in base al vantaggio che potrebbe dare all’avversario, quanto spazio rimane per applicarla?
La sfida cinese non si esaurisce nei chatbot. Il “DeepSeek moment” del gennaio 2025, quando Nvidia perse quasi 600 miliardi di dollari di valore in Borsa in una giornata, ha mostrato quanto rapidamente possa vacillare la fiducia nel primato americano. Pechino punta anche sulla robotica, sostenuta dalla propria base manifatturiera e dalla necessità di affrontare una forza lavoro che invecchia e si riduce. La competizione riguarda dunque anche chi saprà portare l’AI nelle fabbriche e nell’economia quotidiana.
Europa: un progetto comune o ventisette strategie?
L’Europa vuole decidere questa trasformazione o limitarsi a comprarla? Il centro pubblico di ricerca ispirato al CERN (il laboratorio europeo di fisica delle particelle), sostenuto da Giorgio Parisi e discusso ai Lincei nel febbraio 2026, propone una risposta. Il punto è riunire le migliori competenze attorno a obiettivi condivisi, finanziamenti stabili e una direzione scientifica indipendente. Un progetto comune può avere più sedi; non può ridursi a una spartizione nazionale delle risorse.
L’UE sta già sviluppando le AI Factories e nel luglio 2026 ha aperto il bando per le gigafactory: infrastrutture di calcolo, distinte dal centro proposto da Parisi. Esistono anche produttori europei di modelli, come Mistral. La dipendenza, però, riguarda più livelli: secondo Synergy, nel luglio 2025 Amazon, Microsoft e Google rappresentavano circa il 70% del mercato europeo dei servizi infrastrutturali cloud.
Arthur Mensch, cofondatore di Mistral (un’azienda europea di AI), pone il problema in termini netti nel suo intervento del 15 ottobre 2026: usare i modelli degli altri non equivale a governare la tecnologia da cui dipendiamo. È un richiamo che merita attenzione, anche perché viene da un imprenditore direttamente coinvolto nella corsa. La domanda europea diventa allora doppia: come costruire capacità proprie e come assicurarsi che servano un interesse più ampio di quello delle imprese finanziate?
I modelli cinesi scaricabili, come DeepSeek-R1, possono essere eseguiti su infrastrutture scelte dall’utilizzatore. Questo offre margini di autonomia, ma “pesi aperti” non significa piena trasparenza sui dati di addestramento, né elimina il bisogno di chip e competenze. La domanda europea è dunque concreta: sapremo costruire una capacità comune di sviluppare, verificare e scegliere l’AI, anziché limitarci a cambiare fornitore?
Data center: la prova della realtà
Il futuro dell’AI si annuncia in conferenza stampa. Poi bisogna costruirlo, collegarlo alla rete elettrica e pagare gli interessi.
Il Financial Times, in un articolo pubblicato online il 18 ottobre 2026 e in prima pagina il 19, racconta come il nervosismo degli investitori e l’opposizione delle comunità americane stiano ostacolando i nuovi data center. Energia, bollette e permessi diventano questioni politiche locali. Il giornale cita una valutazione di Bernstein secondo cui soltanto circa il 35% dei progetti previsti negli Stati Uniti sarebbe credibile: un giudizio sulla loro realizzabilità, non sull’utilità dell’AI.
L’Economist del 18 ottobre 2026 descrive l’altra metà del problema: gli investimenti hanno superato quanto i grandi gruppi possono finanziare attraverso i flussi di cassa delle attività consolidate. Il ricorso al debito attraversa ormai l’intera filiera, dai fornitori di potenza di calcolo ai produttori di chip e alle aziende elettriche. Società separate e garanzie incrociate rendono meno evidente chi sopporterebbe le perdite.
I due problemi si rafforzano. Se i cantieri rallentano, i ricavi si allontanano mentre gli impegni finanziari restano. I grandi gruppi hanno maggiori risorse per assorbire il colpo; gli operatori che si indebitano pesantemente per costruire data center e affittarne la potenza di calcolo hanno meno margine. E tra i finanziatori ci sono anche fondi pensione e assicurazioni: il rischio supera i confini della Silicon Valley.
Qui utopia e distopia incontrano una questione molto concreta. Gli investitori chiedono rendimenti, i cittadini chiedono conto dei costi e i governi contano sulla crescita. Più questa dipendenza aumenta, più diventa difficile intervenire quando servirebbe.
La domanda non è soltanto se l’AI funzionerà. È se funzionerà abbastanza, e abbastanza presto, da giustificare gli impegni presi in suo nome.







“Se vuoi aver successo nella vita, fai della perseveranza il tuo migliore amico, dell’esperienza il tuo saggio consigliere, della cautela il tuo fratello maggiore e della speranza il tuo angelo custode” – Joseph Addison …e la mia vita è stata finora sicuramente colorata da una moltitudine di caute perseveranti esperienze.
Marchigiano di origine, cittadino del mondo. Laurea in Economia presso Univpm, ex ufficiale di complemento, opera nel marketing e nelle vendite in Italia, Regno Unito e Stati Uniti, con ramificati contatti ed interessi in vari paesi di più continenti.
Ex presidente Lega Missionaria Studenti, ex diplomata in Scenografia & Costume accademia di Belle Arti – Roma, ex indossatrice, ex Presidente sindacato italiano indossatori/indossatrici, ex soubrette, ex fashion designer, ex educatore TRAGER (integrazione psico- fisica), ex moglie, ex Movimento 2050.
Stefania Pancioni, nata ad Ancona, nel 1985 per motivi familiari mi sono trasferita in Germania, dove ho vissuto per oltre venti anni.
Nata a Lingua, frazione del comune Santa Marina Salina (Isole Eolie) il 02/12/1953
Nato a Benevento nel 1975, nel luglio del 1994 conseguo il diploma di maturità Tecnica Industriale e nel 1995 mi iscrivo al corso di laurea in ingegneria informatica, corso che sospendo dopo il biennio di esami generali per passare alla vita lavorativa.
Classe 1984. Ho frequentato l’Istituto Tecnico per il Turismo.
Generale B. ris. GdF, in pensione, diplomato all’Accademia della Guardia di Finanza e laureato in Scienze della sicurezza economico finanziaria (c/o Università di Roma Tor Vergata) e Giurisprudenza (c/o Università degli studi di Macerata); iscritto al Reg. dei Revisori legali presso il MEF, Ministero Economia e Finanza.
Nato sul finire del 1964, frequento gli studi classici ed interrompo la mia formazione durante il secondo anno di Scienze Politiche.
Siciliano di nascita, calabrese per motivi di studio e romano per motivi di lavoro, dopo la laurea in Ingegneria delle Tecnologie Industriali indirizzo Economico Organizzativo nel lontano 1981 e uno stage su attività riguardanti la pianificazione, programmazione e controllo della produzione presso la Nuova IB-Mei di Asti, ho lavorato per diversi anni nei vari stabilimenti della Selenia Industrie Elettroniche Associate S.p.A. di Roma come analista di organizzazione.
Nato a Napoli nel 1974. Dopo il diploma di maturità scientifica, ho conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli ed un Master post-laurea in E-business presso l’ordine dei dottori commercialisti di Napoli.
Laurea in lingue straniere, per due anni lettrice presso una università in Baviera, rientrata in Italia in quanto vincitrice di un concorso come interprete e traduttrice presso una banca locale.
Studi classici, poi Ingegnere chimico dal 1982.
Nata a Napoli nel 1967, psicologa dell’arte e artista sperimentale.
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